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Qualità sostenibili del legno e invenzione formale si bilanciano nel progetto di Patricia Urquiola per un sistema di pavimentazione Listone Giordano.

L’esplorazione del mondo subatomico ha rivelato una realtà che continuamente trascende il linguaggio e il ragionamento, e l’unificazione di concetti che finora erano sembrati opposti e non conciliabili risulta essere una delle caratteristiche più sorprendenti di questa nuova realtà.

Fritjof Capra, Il Tao della fisica, 1974.

Andare incontro ai cambiamenti inattesi del mondo è impresa sempre più difficile, da quando si è infranto il sogno positivista di “magnifiche sorti e progressive”, necessariamente generate da un costante diffondersi di tecnologie sempre più liberatorie. Tra il dire, pure sensato, che il progresso tecnico porta con sé un miglioramento delle condizioni di vita sul Pianeta e il fare – cioè la realizzazione concreta di questo miglioramento – c’è sempre il mare dell’ideologia consumista, mascherata da incentivo a concentrarsi sulla qualità dello spazio privato, indipendentemente da quale sia la condizione di quello pubblico. Così il desiderio individuale di un abitare ricco, sia nelle funzioni che nell’estetica, deve fare i conti con la continua sollecitazione all’acquisto e all’uso di nuovi prodotti: non necessariamente migliori di quelli che li hanno preceduti, a volte a sfavore di un più bilanciato equilibrio generale nella gestione delle risorse naturali.

Una condizione che diventa paradosso nel mondo dell’arredamento, un mercato maturo in cui le stesse industrie che per le leggi del sistema delle merci sono tenute a un sempre maggiore incremento di fatturato, devono anche garantire ai propri clienti una lunga durata dei prodotti con cui questi decidono di convivere ogni giorno, per molti anni. Il paradosso ha sicuramente più possibilità di essere superato, se non risolto, nel mondo del mobile: qui almeno 70 anni di storia del design italiano hanno creato e consolidato una “cultura dell’alternanza” in cui forme e materiali si susseguono tra loro, con corsi e ricorsi normalmente accettati dal pubblico di fascia più alta. Disposto a spendere molto per un prodotto iconico, vecchio o nuovo che sia, questo pubblico è soggetto, e in un certo senso abituato, alla trovata stagionale, al capriccio del momento e perfino alla stanca ripetizione di stili e materiali passati spacciati per novità (gli anni ’30, 40, ‘50 … il velluto, il noce tinto wengé, il galuchat…).

Benissimo se altre industrie – nate magari con materiali specifici che hanno fatto la loro fortuna – continuano a diversificare sia questi sia le loro tecnologie di produzione per mantenere sveglia l’attenzione dei compratori, confidando su designer abbastanza eclettici e disinvolti da saperle affrontare. Ma cosa fare se si è un’impresa che non vuole rinunciare all’uso del legno, che anzi insiste nel voler sensibilizzare il suo pubblico sulla qualità più importante per il futuro dell’equilibrio ambientale, la sostenibilità di cui tutti i produttori parlano ma per cui pochi sono pronti, e soprattutto organizzati in un programma integrato di tutto il ciclo materiale-produzione-consumo? Sicuramente è necessario non improvvisarsi “sostenibili”, ma potersi definire tali dopo un percorso lungo e sperimentato come quello di Listone Giordano, che arriva a mettere i suoi prodotti sul mercato al termine di un lungo ciclo (green procurement) che rispetta modalità e tempi “naturali”: a partire cioè dalle coltivazioni di alberi, seguendo una prassi ormai secolare nella cultura francese e adattata con cura e intelligenza alla situazione italiana, attraverso lavorazioni non inquinanti, per ottenere una materia finale distinta dal sistema di marcatura Biosphera* messo a punto dall’azienda, oltre alle certificazioni FSC® (Forest Stewardship Council ®) e PEFC ™(Program for Endorsement of Forest certification Scheme) che garantiscono la provenienza dei legni da foreste gestite secondo precisi standard ambientali, sociali ed economici.

Eppure neanche questo approccio etico sembra di per sé sufficiente. Restare ancorati a un rigido ambientalismo, che nulla o poco concede all’estetica, non è privo di rischi: può anzi essere fuorviante in un mercato del tutto particolare come quello della casa, tanto sensibile alle fluttuazioni del gusto e suscettibile di continue variazioni. Così anche Andrea Margaritelli, che della sostenibilità vera ha fatto la qualità riconosciuta della sua produzione, ha comunque dovuto compiere una riflessione sulle qualità speciali che poteva assumere la sua produzione, sicuramente ecologica, nell’incontro con designer di diverso metodo e impostazione.

Tra questi Patricia Urquiola, che inizia a dialogare con Margaritelli nel 2012, come caratteristico del suo lavoro combina riflessione e intuizione, visione ed esperienza, leggerezza e profondità: prima di giungere a una proposta progettuale lascia trascorrere qualche tempo, utile anche a creare un equilibrio nel dialogo con il produttore, con i tecnici e le tecnologie già a disposizione. La richiesta iniziale di un lavoro sul trattamento della superficie, come la progettista aveva fatto in passato con altri materiali, viene rimessa in discussione per dare spazio a un approfondimento del carattere domestico delle finiture orizzontali nell’abitazione (e per estensione negli ambienti della convivialità – alberghi, ristoranti e altri luoghi pubblici).

Un pavimento non è solo una superficie da calpestare più o meno incoscientemente ma è invece una zona di equilibrio molto delicato nella genesi e nella vita quotidiana di uno spazio. Si potrebbe ricordarne a lungo i valori simbolici – un diaframma tra cielo e terra, una zona di rispetto per la natura non sempre amica dell’ambiente, un riparo dalle asprezze e asperità del quotidiano, su cui poter fare molte altre cose oltre a camminarci sopra.Insomma un tema progettuale molto delicato dove il lapsus, lo svarione progettuale, la boutade fine a sé stessa sono sempre in agguato. Quante case, attualissime e ben definite in molti dettagli, cadono su errori banali come il materiale, la composizione, il colore sbagliati del pavimento?

Così il progetto di una superficie continua nel dialogo tra Margaritelli e Urquiola diventa quello di un sistema di componenti (Biscuit), che nel rispetto della naturalità del materiale di cui è fatto il pavimento lo spinge a diventare oggetto esso stesso: e non solo formalmente per il caratteristico profilo arrotondato alle estremità, ma anche nella sostanza del modo di produzione e finitura. Non è la progettista ad adattarsi alla tecnica, alle macchine, ma avviene il contrario: da una lavorazione seriale in cui il materiale entra nella catena produttiva per riuscirne omologato da un unico processo robotizzato, si passa ad una manipolazione più simile a quella del pezzo unico, o di piccola serie.

Vengono introdotte lavorazioni a controllo numerico su tutto il perimetro dell’asse in legno e ogni componente viene ripreso più volte – come può avvenire per le gambe di una sedia o il piano di un tavolo: considerando che in un 1 metro quadro di pavimento entrano fino a 100 elementi, nella superfice media di un’abitazione (100 mq) gli elementi possono arrivare a 10.000. Risulta quindi centrata l’idea di un prodotto di serialità diversificata, dove i quantitativi giustificano la cura che viene dedicata al dettaglio e allo stesso tempo motivano lo sviluppo di un’attrezzatura sofisticata anche per una produzione robotizzata.

Margaritelli riconosce alla progettista la capacità di convincimento necessaria a un importante passo avanti dell’azienda sul terreno della tecnologia, un avanzamento che altrimenti non ci sarebbe stato o avrebbe richiesto forse molto più tempo per avverarsi: del resto Patricia Urquiola è nota proprio per aver saputo introdurre nelle logiche trasformistiche del design in Italia uno “spirito allegro” fortemente legato al suo forte carattere espansivo, al suo desiderio di intrecciare – letteralmente – sempre nuove trame progettuali, come se ogni materiale potesse essere assimilato a un tessuto e ogni prodotto somigliasse a un abito.

Se la casa è la persona, se i suoi spazi significano anche la psicologia complessa dell’individuo, allora i prodotti di Urquiola sono arredamento da indossare, vestiti da abitare tagliati quasi su misura. Quest’operazione di tessitura del progetto, riuscita anche nel disegno di un pavimento in legno, nell’incontro con la coerenza e coscienza ambientale di Andrea Margaritelli e della sua azienda, segna un punto a favore dell’espressione nella difficile partita del design contro le leggi e le previsioni di mercato: quelle che Achille Castiglioni, mentore riconosciuto da Urquiola nella sua ostinazione a inventare sempre cose nuove, consigliava di non prendere neppure in considerazione.

* Biosphera ha come focus esclusivo la tutela delle risorse forestali, con particolare riferimento alle caratteristiche dei pavimenti in legno multilayer. Non sostituisce i normali protocolli di certificazione internazionale che hanno generalmente campi di applicazione e ambiti di interesse più ampi.Listone Giordano Biosphera ha come scopo principale promuovere tra gli acquirenti una cultura di responsabilità ambientale, sensibilizzando le persone all’acquisto di legni certificati.