Il futuro tra cauti demiurghi e illusori prometei. Siamo fuori tempo massimo?

“I primi cristiani facevano il segno del pesce e si credevano salvi”

I grandi protagonisti del design, come quelli della moda, dovranno fare ammenda, guardarsi allo specchio ed interrogarsi sul loro futuro? Urge una riflessione, una ridefinizione delle priorità, un abbattimento di quei dogmi che sembravano granitici e indistruttibili e che, invece, il mondo sta sovvertendo senza fare sconti a nessuno.


Giorgio Armani aveva aperto la diga con la sua accorata lettera “di inversione a U” rimbalzata da tutti i media internazionali.
Sua maestà Giorgio tracciava “nero su bianco” le linee guida che dovranno, implacabilmente, portare l’industria del fashion – dilaniata tra  prêt à porter e haute couture – ad entrare nella galleria del tempo verso una nuova dimensione fatta di valori, rallentando i ritmi forsennati che la moda ha imposto da decenni a questa parte. Uno sfogo che ha il sapore dell'”abiura”, un tentativo di riscrivere il presente e guardare al futuro per progettare un nuovo inizio. Sarà così anche per il design? Smetteremo, finalmente, di essere atterriti dal suono rituale della domanda “allora, cosa c’è di nuovo?” appena si alza il sipario sulla fatidica settimana del design (suona meglio design week milanese?)

E’ una questione di dettagli, in fondo sono proprio i dettagli a fare la differenze; nel design come nella moda. Può bastare, a volte, una cucitura, un segno impercettibile, una sfumatura a trasformare l’identità di un oggetto comune.

L’dea dell’universale punta diritto all’idea della cosa prescindendo dalla differenza, ed è quindi la più alta forma di astrazione. Mentre potremmo dire che, al contrario, il design concentra la sua attenzione proprio sul dettaglio, sulla differenza e la particolarità in sé e per sé.

Non possiamo prescindere dal valore delle parole, come riteneva il buon Wittgenstein, secondo il quale tutto era in principio “parola”; il mondo stesso e le cose con cui entriamo in contatto sono definite e plasmate dal nostro linguaggio. Torniamo solo per un attimo a Flusser per ripercorrere il viaggio etimologico della parola design ; dall’antenato latino signum; che più che disegnare ha a che fare col designare, si nutre più di parole che di immagini.

Brionvega Radio - Sapper & Zanuso
Brionvega Radio – Sapper & Zanuso

“Il design è fatto per essere digerito ed interpretato nel linguaggio dei segni”. Inoltre, nella lingua inglese, design funge sia da sostantivo sia da verbo (to design) con l’accezione di “architettare”, “simulare”, “ideare”, “abbozzare”, “agire in modo strategico”. Insomma, sembra che questi significati rinviino alla dimensione semantica dell’astuzia e della simulatio.

È singolare come rientrino nello stesso campo semantico anche i termini di meccanica e macchinario. Il greco méchos indica un dispositivo escogitato per trarre in inganno, e chi lo progetta è chiamato polymechanikós ossia “astuto”. L’antica radice da cui deriva la parola méchos è Magh, che si rispecchia nel tedesco Macht – “potere”, “forza” – e mögen – “volere” e “desiderare”. Tale ricostruzione  ben si accorda con la definizione sloterdijkiana del design:

“Il design non è altro che l’abile esecuzione di qualcosa per il quale non si possiede alcuna abilità.

Cosicché il design è quando si può nonostante non si possa, si può definire come una forma d'”infingimento” di sovranità; si configura come il quinto lato del quadrato leibniziano – come dice Alessandra Scotti – a metà strada tra il possibile e l’impossibile. Il quinto lato del quadrato è quello che non esiste se non all’interno dei propri desideri, alle speranze ed alle disperazioni di un uomo in trappola. Passando dal quinto lato forse si po’ scappare, tornare a vivere, tornare ad essere, ma il quinto lato del quadrato non esiste. Il quinto lato bisogna inventarlo, con un sogno, un colpo di genio, un tratto di matita.

Che cos’è l’arte – e dunque il design – come propaggine sul terreno della contemporane inabitato dal mostro a due teste dell’industria ? In bilico tra atto e potenza, forma e materia, sensibile ed intangibile,  poter non potere. Cos’altro se non l’elogio del contingente che ingloba al suo interno il possibile e il “non” possibile?

Ma quale potere entra in gioco nell’atto creativo di dare forma alla materia? Il design esercita, perché no, un potere ironico: il designer è come un abile retore che, facendosi carico di una dissimulazione, gioca e dice senza esserne persuaso.

Egli assume un atteggiamento di disimpegno rispetto alle opinioni da lui stesso pronunciate. Il design è un rituale contemporaneo come osserva lucidamente il filosofo tedesco:

“I rituali tengono insieme le strategie vitali dei loro praticanti e possiedono in questo senso ben preciso il potere di mettere in ordine un mondo che altrimenti sfuggirebbe al controllo”.

Il rituale ha dipinto, quindi, a favore dell’umanità un orizzonte “gestuale” propedeutico alla ricerca di risposte concrete a situazioni che sfidavano la nostra capacità di azione; esso permette di fare laddove non c’è niente da fare, riorganizzando risorse vitali sufficientemente efficaci.

In quest’epoca il design finisce per identificarsi con il “rituale dell’incontro” tra un consumatore e l’oggetto di consumo, mediando, con il suo aspetto “accattivante”, l’impenetrabile estraneità di fondo di oggetti e attrezzature entrati a far parte della nostra quotidianità (imponendosi su di noi come feticci verso i quali abbiamo sviluppato una sorta di morbosa dipendenza) , dallo smartphone al computer.

P. Sloterdijk, L’attrezzatura per la potenza…, cit., p. 73.

Il design conferisce alle impenetrabili scatole nere un aspetto esteriore accessibile. Queste interfacce utente sono il make‐up delle macchine; […] Quanto più la vita interna delle scatole è incomprensibile e trascendente, tanto più il suo volto dovrà sorridere al viso naturale del cliente in modo invogliante e trasmettergli questo messaggio: tu e io, noi possiamo farlo insieme. Per l’utente medio la non conoscenza deve poter diventare potenza. È in questa simulazione di sovranità, per l’appunto, che il design trova sorprendentemente il suo antecedente negli antichi maestri di retorica”.

* Dasein ist Design

Il design è salito sul gradino più alto del podio innalzato al “funzionalismo” e, grazie a questa sua visione aerea può leggere ed interpretare chiaramente la “dicotomia” che affligge la modernità come un male occulto: da un lato la materialità, la forma dall’altro, si disgrega per poi riunirsi. Come afferma Bruno Latour in Un Prometeo cauto? Primi passi verso una filosofia del design: per quanto la consunta dicotomia tra funzione e forma può essere vagamente mantenuta per un martello, una locomotiva o una sedia, è ridicolo applicarla a un telefono cellulare.

Nel solco della tesi che nel design la funzione sovrasta la cosa, ci chiediamo se la realtà di oggi è ancora così? In quali termini dialettici si confrontano funzione e cosa in sé?

Possiamo ancora plausibilmente sostenere che il design è, o quanto meno è stato, il braccio esecutivo del funzionalismo? (Gli attori protagonisti di un film chiamato “design” ubbidivano alla ferrea legge del funzionalismo secondo un copione che non ammetteva sgarri, né improvvisazioni sul set?)

Quando Mendini si riferiva al design come fenomeno funzionale ed estetico, lasciava altresì spazio a certi oggetti, e certi approcci al progetto, che possono sfumare dall’utile verso l’inutile in modo prima impercettibile oppure, poi, anche esplicito. Allora l’oggetto si carica tutto e solo di attività espressiva e diviene oggetto d’arte. Una tipologia che sembrava funzionale si sublima, si trasforma e viene interpretata in un’altra e ben diversa dimensione (vedi i martelli, le tenaglie, le tazze di Oldenburg)».

Nei suoi progetti, oltre all’aspetto funzionale, si fanno strada degli elementi formali iconici che fanno riflettere sull’”attitude” del prodotto, attraverso il magistrale utilizzo di espedienti ironici o dettagli riconducibili a mondi diversi. Il grande maestro sapeva così persuadere il fruitore ad una riflessione più profonda sull’oggetto; riflessione che attinge ad una memoria emozionale e che “innesca” un cambiamento esperienziale nel modo di vivere il prodotto stesso. 

D’ispirazione heideggeriana è la riflessione sulla cosa – e come essa si doni o meno all’individuo – che ha nutrito due grandi pensatori quali Latour e Sloterdijk.

Nel suo essere recipiente, la brocca coniuga il contenere e l’offerta, “connette mortali e divini, cielo e terra”. Essa non si esaurisce nell’essere materia di cui è fatta, né viene determinata dalla forma che il vasaio le assegna, la sua essenza risiede nel fatto che la brocca racchiuda il vuoto che essa crea.

La brocca sintetizza il rapporto tra il significante e das Ding, tra l’ordine e il vuoto lasciato dalla Cosa a cui la stessa pulsione tende. Il significante del vaso diventa significativo tramite il vuoto che esso crea, inaugurando l’aspettativa di riempirlo. Il vuoto e il pieno vengono creati dal vaso. È a partire da questo significante plasmato che è il vaso, che il vuoto e il pieno entrano come tali nel sistema articolatorio qual è la lingua. Il vaso dunque è quel significante che di per sé esprime l’ingresso nel sistema della lingua di un vuoto.

È ciò che rende utensili tutti gli utensili, e questo perché la brocca è l’archetipo della macchina: esibisce esemplarmente la fecondità del nulla. 

Una brocca contiene in quanto abitata dalla mancanza, la sua stessa essenza è il mescere in quanto offrire. Batte qui il cuore dell’ontologia della cosa secondo Heidegger, che ne affida l’essenza all’essere “dono” nella duplicità del suo offrirsi all’uomo in qualità di utilizzatore o di raccoglitore.

Se c’è qualcuno che offre, dall’altra parte qualcun’altro si sofferma a raccogliere, in forma sottomessa, e questa è la posizione dell’anti-design (emblema di uno status pre-moderno). Viceversa secondo Sloterdijk: “tutto il design scaturisce da un anti-raccoglimento, al suo inizio c’è la decisione di porre in modo nuovo la domanda sulla forma e sulla funzione delle cose.

I designer in nessun caso saranno “pastori dell’essere”, ci ricorda Alessandra Scotti, e la loro visione del mondo metterà perennemente in discussione i criteri gnoseologici e semiotici. Il designer legifera nello stato d’eccezione vigente: “sovrano è colui che decide sullo stato d’eccezione relativamente alla questione della forma”.

Se il design abita l’eccezionalità come sua condizione permanente – per quanto riguarda l’attività di dare forma delle cose – abbiamo raggiunto il confine ultimo dell'”umiltà” intesa come servizio alla funzione e alla tradizione stessa che ha prodotto determinati oggetti e la sua fame di novità finisce per divorare tutto, ignorando perfino il ruolo del suo “signore” e fruitore.

Il design, in ultima analisi, è un dispositivo la cui estensione è in grado di provare se, e quanto, abbiamo smesso di credere di essere moderni. Potremmo chiederci, arrivati a questo punto, se davanti a noi si staglia in controluce la figura del designer o quella  dell’artigiano.  In fondo c’è poi tanta differenza tra le due identità? O sono due lembi di  realtà che si sono stracciati per poi trovare nel tempo modalità diverse di ricucitura”? 

Ce lo insegnano maestri della levatura di Giò Ponti, Achille Castiglioni e Michele De Lucchi – solo per citare nomi a noi particolarmente cari, i grandi maestri che hanno sempre incoraggiato i propri discepoli all’ascolto e all’apprendimenti dal faber, dall’ habilis, da coloro che si costruiscono sul palcoscenico del lavoro manuale.  

La vera differenza tra design e artigianato è forse insita  nel progetto.
Nell’industria il progetto precede per intero il ciclo produttivo mentre nell’artigianato lo accompagna e lo integra passo per passo.
E’ in questo contesto che il design salvaguarda e valorizza l’identità territoriale, aiutando le piccole produzioni che rischiano oggi di essere annientate, recuperando mestieri e tecniche tradizionali.

Allo stesso modo, Bruno Munari ci ricorda quanto la natura sia presente negli oggetti che vengono realizzati e popolano le nostre vite, individuando una produzione possibile e riconoscibile del mare e di ciò che gli appartiene quale “produttore di oggetti polimaterici di uso incerto, distribuiti senza alcun avviso”. Quindi, oltre alle tradizionali spiegazioni di design è possibile ridefinirlo anche come attività di produzione di elementi sostanzialmente realizzati dalla natura, intorno ad idee progettate.

Tolomeo, Artemide, Michele De Lucchi
Tolomeo, Artemide, Michele De Lucchi

«L’intero processo di produzione ha posto l’artigiano in una posizione alquanto ambigua, quasi non ci si fida più dell’artigianalità, rendendoci tutti sospettosi del fatto che, se c’è bisogno di un artigiano, allora dev’esserci qualcosa di sbagliato con il prodotto e conseguentemente con il progetto.» dice David Chipperfield parlando di industria e artigianato.
Ettore Sottsass risponde alla domanda “Che cos’è il design?” facendoci capire quanto possa esser ampio e allo stesso tempo indefinito questo tema: «È una domanda generica, potremmo parlarne per una settimana.

Forse voi lo sapete già che io, da qualche tempo, distinguo il termine “industrial design” dalla parola “design”. c’è un disegno particolare, specifico, che è quello che si fa per l’industria, per la produzione, per i mercati e così via: questo è “disegno industriale”. […] Mi considero un designer teorico, cioè uno che pensa al design, a che cosa è il design, che cosa vuol dire disegnare un oggetto, darlo a qualcuno, appoggiarlo su una tavola; per esempio per disegnare una sedia pensando alla cultura dello stare seduti in ufficio e non pensando all’oggetto sedia in sé.»

Se volessimo ipotizzare di chiudere il cerchio, riportando al centro della nostra riflessione l’“Artigiano” in quanto  demiourgos (come da definizione greca), unione della parola demios (pubblico, che appartiene al popolo) e ergon (lavoro), torneremmo alla figura il cui talento riesce a lavorare la materia partendo da valori sostanzialmente immateriali. Radici che scavano in profondità nella nostra civiltà, cultura e tradizione. Ed è a questo punto che il designer interviene, perché accompagna e  “guida” l’artigiano nel delicato passaggio dalla fase immateriale a quella materiale, dalla potenza all’atto. 

Aristotele osserva che il processo insito nel cambiamento non si limita al mero passaggio da privazione ad acquisizione , ma è un atto più fecondo: in potenza la cosa era già quello che poi è diventato effettivamente. “La pianta è trasformazione del seme, il sostrato da privazione di forma albero passa ad acquisizione di forma albero,  ma si potrebbe anche dire che il seme è un albero in potenza. Può diventare albero  come può non diventarlo . Il seme quindi ha in sé la forza vitale per diventare albero, da albero potenziale ad albero attuale” . Questo ci iuta a comprendere il meraviglioso, e alquanto miracoloso, processo di trasformazione a cui assistiamo nell’atto di venire alla luce di un oggetto di design. 

Juicy Salif, Alessi, Philippe Starck
Juicy Salif, Alessi, Philippe Starck

 “Dal design accattivante”, sottolinea la Scotti, è la formula rituale ripetuta come un mantra dal mondo della comunicazione, ma cosa si cela dietro questo claim buono per tutte le occasioni? (vedi riferimento articolo E’ tutta colpa del design?) Appare evidente un intento retorico: il design è concepito per persuaderci. E’ l’oggetto del desiderio, teso ad affascinare e vincere ogni volontà e pensiero critico; agendo così come un “simulatore di sovranità” che inganna e illude, restituendo un potere mancante a chi ne è attratto, ossia il potere di impossessarsi di qualcosa di cui s’ignora l’intimo funzionamento.

Come un “traghettatore di significati, il design è la bellezza che maggiormente riluce nel sensibile, un sapere talmente superficiale da divenire profondo”.

Potremmo trovarci di fronte ad una nuova tematica legata al Design: Good or Evil, un tema etico su cui la comunità internazionale inizia ad interrogarsi; i labili confini in cui si muove il mondo del design nella sempiterna polarizzazione tra bene e male.

Fonti :

*Bruno Latour, Un Prométhée circonspect ?Quelques réflexions en direction d’une philosophie du design, in L’architecture d’aujourd’hui, Paris, 2011

Alessandra Scotti, Il design tra persuasione e retorica

P. Sloterdijk, L’attrezzatura per la potenza…,

Bruno Latour in Un Prometeocauto? Primi passi verso una filosofia del design