architettura

Mentre la pandemia ci pone domande cui non abbiamo ancora provato a rispondere.

“Doveva trasformare la tragedia in colpa. Doveva trovare una necessità a quanto accaduto. c’è un’epidemia e lui ha bisogno di trovarne la ragione. Deve chiedere perché. Perchè? Perchè? Che si tratti di qualcosa di insensato, contingente, incongruo e tragico non lo soddisfa. Che si tratti  del proliferare di un virus non lo soddisfa. Cerca invece una causa più profonda, questo martire, questo maniaco del perché e trova il perché o in Dio oppure in se stesso oppure, misticamente, misteriosamente, nel loro letale fondersi nell’unico distruttore

Philip Roth.Nemesis.2010. Einaudi Editore.

All’inizio dell’estate del 2021, il “Supemorbo” sembra essere sconfitto almeno da alcune convenzioni sociali o da presunte o robuste iniezioni di ottimismo vaccinale, o dal classico valutare statisticamente che ormai, il peggio è passato e la vita, tornerà come prima, anzi meglio di prima. Il protagonista di “Nemesi”, crede di essere stato il colpevole insieme a Dio dell’epidemia di polio che sconvolge la provincia americana durante la seconda guerra mondiale. Ma che è successo davvero in questa tempesta che ha imposto regole, e cambiato paradigmi nella nostra statica quotidianità nel secondo decennio del XXI secolo, del Terzo millennio?

“Ahimè, la tempesta è tornata! Il mio modo migliore è strisciare sotto la sua gaberdine; non c’è altro rifugio qui intorno: la miseria fa conoscere a un uomo strani compagni di letto. Mi avvolgerò qui finché la feccia della tempesta sarà passata.

William Shakespeare, La tempesta (Atto 2, scena 2)

Niente e tutto.

Sembra che la nostra levigata e collaudata immortalità torni a far capolino nelle scombinate esistenze dei creatori, degli scienziati, dei filosofi e di tutte quelle categorie intellettuali che necessitano di risposte, badate non per se, ma semplicemente per gli altri: per il mondo.

Siamo social, molto social ma si, fino a un certo punto, e abbiamo voluto spingerci oltre le consuetudini per cercare altri spazi e soprattutto altre giustificazioni alla nostra azione progettuale, guardando con sospetto sia chi aveva capito tutto, sia chi non aveva compreso nulla.

Così va il mondo per quelli che guardano lontano che per quanti non riescono a vedere oltre le poche certezze che i ruoli sociali riescono a costruirci intorno, guardare, osservare, e stabilire principi nuovi non è semplice, se l’uditorio non può condividere con noi una necessità comune al cambiamento.

La solitudine dell’architettura

Come non apprezzare dunque i pochi artefici portatori di questo desiderio mai sopito degli uomini di buona o cattiva volontà, che nascono per costruire trasformazioni pur sapendo che il rischio dell’implosione o peggio della solitudine è in agguato.

Creare ragioni per dare senso alla condizione dell’uomo contemporaneo è una costante rivalsa del progettista deificato che pone la natura prima al suo servizio e quindi ne cerca ogni modalità, per ripristinarne la veemenza ispiratrice, senza preoccuparsi di conseguenze letali o celesti.

Trovare le condizioni della trasformazione è l’imperativo irrinunciabile nella causa prima dell’evoluzione antropologica, non soltanto per tornare all’origine, ormai, infetta e debilitata ma proseguire verso un percorso senza la paura degli ostacoli, e senza lo spavento causato da più ignoti: irrisolti e sovrapposti.

In questa parte del mondo creare estetica, comprimendo l’etica come una forma di nutrimento costruttivo, trova respiro nelle due grandi kermesse che illuminavano ( e voglio illuminare) la nostra volontà di sapere, e la nostra capacità di disegnare risposte adeguate alle domande che hanno colpito i nostri sensi così violentemente e in così poco tempo.

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Sarkis e Boeri hanno raccontato due visioni del “tempo presente” tracciando gli schemi che porteranno ad una profonda revisione semantica del nostro vivere, e poi decidere se vivere insieme in una casa o in una città, per questo motivo le manifestazioni vicine e lontane tra loro rappresentano nella loro eccentricità, un viatico per le nostre future riflessioni.

Basta fiere e saloni, o almeno così sembra, ma volontà di esprimere nuove letterature progettuali, percorsi incerti ma necessari che devono e possono portare verso mutamenti incontrollabili, imprevedibili ma auspicabili per la crescita sociologica dell’umanità, e della responsabilità della variegata cultura del progetto.

A Venezia e a Milano, ci prepariamo all’assalto al cielo luminoso della ricerca, e di tutti i tentativi che credevamo vincenti ma che ci hanno rimandato indietro, che ci hanno costretto ad essere diversi e impregnati della sostanza del dubbio, prima che della sostanza dei sogni, e il Bardo non ce ne voglia perché cominciamo a sentire la fatica di esprimerci in maniera intelligente ed intellettuale, come il nostro/nostri mestiere/mestieri, impone.

Eccoci oltre la tempesta, ma molto prima che il sereno diventi stabile come il tempo di una primavera che non arriva, e come una riflessione che non sortisce l’effetto desiderato, siamo progettisti e abbiamo perso il senso del nostro agire, l’ontologia architettonica che sfocia in un territorio sconosciuto, invitante ma terribile, perché Rem soprattutto, ha capito la bellezza angosciante dell’essere sempre incatenati ad un presente permanente.

Non facciamone un dramma e lavoriamo, insieme o separati e Sarkis ci perdoni, per cercare il nuovo Graal della creazione, e cerchiamo di riscrive l’enciclopedia degli oggetti della contemporaneità, sia quelli utili che tutti quelli inutili (parole e concetti compresi).

Le luci del grande luna park dell’intelligenza diffusa che per sopravvivere deve continuare ad essere altro e deve cercare nelle altre discipline già cannibalizzate quel senso che rende ancora giustificabile il nostro essere portatori di soluzioni parziali o planetarie, nell’ottimismo più lieve e nel pessimismo più scuro.

Andiamo e andate a vedere lo scenario tentennante della Laguna e sicuramente andremo a far parte della grande installazione di settembre, senza fermarci ai pregiudizi di una stampa sempre in recupero rispetto alle proposte e particolarmente disattenta ai processi sociali del cambiamento, come sempre è stato e sempre sarà, dal Movimento Moderno e Post-Moderno, al Post-Pandemico.

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Siamo dunque soli rispetto alle ipotesi di darci un criterio che ci convinca che qualcosa è successo, e se è successo non dobbiamo aver paura di cercare qualche straccio di spiegazione, anche perché inventare forme “dal cucchiaio alla stazione su Marte”, è un’ossessione che permea da sempre tutto il mondo animale senziente, da ogni tempo e a ogni latitudine, mari, monti e lagune compresi.

E’ chiaro che il pensiero architettonico oggi ha bisogno di altri sbocchi umanistici e concettuali e di un Elon Musk (anzi lo proporrei come prossimo curatore della Biennale di Architettura), che progetti soltanto quello che sembra impossibile da realizzare e che dunque diventerà non solo utile ma, necessario.

Abituiamoci a quello che la “tempesta” ci ha indicato, a considerare l’esistenza delle forme e delle scelte così transeunti da non poter neppure essere scambiati per strategie, tanto sismiche ci appaiono le nostre sempre più deboli certezze, ma questo è il risvolto straordinario di questo tempo: costruire non è soltanto definire alcune “cose nuove” ma è dare significato ad una quotidianità che rifiuta ogni certezza.

Il compito dell’architetto/architettore/costruttore sarà dunque emozionare senza dover diventare un illusionista del pensiero debole, un disegnatore sapiente di bi-dimensionalità, un artista capace di rendere il mondo una sequenza infinita di facciate che, dopo poco tempo non ci eravamo accorti di aver dimenticato.

La buona città

E’ un compito difficile quello che le nuove generazioni avranno, da qualche secolo, perché dovranno dare al mondo la risposta che l’architettura non è stata capace di dare, e farne il cardine della crescita e dello sviluppo antropologico: più desiderio che necessità, tra Kant e Anassimandro: l’estetica come cura della pandemia dell’anima (ben più grave del Covid).

Il futuro non può attendere e noi non possiamo far finta di avere soluzioni credibili, come tornare in campagna, cambiare la città per farla diventare una post-città, o una post-campagna dove dimenticare e per sempre ogni necessità di definizione e di funzioni, soltanto per vivere nel miglio modo possibile coniugando tradizione, manualità, innovazione, tecnologia e ambiente.

Senza cadere in un romanticismo estetico fuori luogo, e fuori tempo, è arrivato il momento di decidere, anche perché l’architettura non può essere disgiunta dal suo gradiente politico, e andare, e andare da una parte o dall’altra non è indifferente al risultato finale, qualunque esso possa essere.

Ecco perché le manifestazioni di questa particolare estate 2021, sono e saranno diverse, come per raccontarci il mondo che vorremmo o come potrebbe essere.

Certo è solo un tentativo, bello luminoso e ovviamente contraddittorio, ma ci aiuta a far riprendere il volo al pensiero progettante che non ha più tempo per guardare indietro ma deve correre ovunque ma lontano dalla pandemia della retorica, e dal contagio della banalità.

“È tempo di imparare dai radicali cambiamenti che stanno avvenendo al di fuori dalle città. Oggi c’è un totale disinteresse per la campagna. Tuttavia, se si guarda attentamente, in questo momento la campagna sta cambiando molto più rapidamente e radicalmente della città.”

Rem Koolhaas

Editoriale n°50