bauhaus

Manifesto anticonvenzionale per il futuro delle città e della società.

E’ arrivata l’autorevole voce di Ursula von der Leyen a scardinare le certezze dei tempi confusi che viviamo, e con un guizzo degno di un grande corsivista ha sintetizzato un processo culturale, creativo e politico in una sola parola: Bauhaus.

La mitologica scuola nata a Weimar nel ’19 ad un secolo di distanza, proietta desideri, sogni, volontà di innovazione nel cuore del progetto delle città e delle forme di organizzazione sociale del futuro.

Non ci appare un azzardo concettuale, attraversare uno dei territori metodologici più profondi della storia dell’architettura, dell’arte e del design del secolo scorso, e la sua fervente attualità rappresenta un punto fermo nell’evoluzione del pensiero multimediale.

Ma l’intervento della Presidente UE ha una valenza ancora superiore che rimanda ai principi fondativi dell’Europa e della cultura continentale frutto di una potente realizzazione del laboratorio delle innovazioni, grazie al talento operativo ed organizzativo di Walter Gropius che innesta nella stanca didattica del tempo il germe spericolato della sperimentazione.

Quell’insuperato processo innovativo si può riprodurre nella coscienza sopita degli spiriti di questa nostra contemporaneità farraginosa e superficiale, una scuola universale che sancisca le istanze condivisibili di un continente stanco e sull’orlo di una perenne crisi di nervi.

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Ecco l’attualità della new bauhaus, è l’attitudine tutta europea a superare i limiti delle arti e delle scienze, a voler porre l’insolito dentro l’ignoto affinché il certo risulti sempre inadeguato.

Non si tratta di una nuova celebrazione di un Movimento Modernissimo ma della gestione/visione della Polis più attenta a nuove forme di estetica e non chiamiamola semplicemente green.

C’è molto di più in questa necessità filosofica.

Critica dell’architettura e dell’urbanistica, una sequenza di principi ordinatori che non possono essere considerati orpelli stilistici ma definisco un processo creativo integrato, dove forma e funzione, spazio pubblico di relazione e ambiti della nuova privacy si compenetrano in un’idea sostanzialmente nuova nel produrre: segni, sogni, disegni.

“Bauhaus” non è non può essere solo uno slogan, ma la capacità di recuperare, elaborandole, le istanze più alte che siamo stati in grado di scagliare con forza nel mondo della cultura.

Le migliori forze intellettuali hanno l’obbligo etico di prendere una posizione chiara, di affidare alla propria ricerca il compito di trasformare in senso ambientale i nostri territori artificiali , riportando la città, le città al centro dello sviluppo antropologico in perfetta simbiosi con la natura che le ha generate e spesso mal sopportate.

E’ un’attitudine programmatica che supera l’idea del restauro urbano, che incendia una volontà di produrre nuovi segni iconoclasti ed eponimi, anticonvenzionali e contestualizzati, una vera sfida teorica e formale per la contemporaneità.

Il mondo non può più aspettare questa necessaria trasformazione e le arti plastiche, come le scienze, devono sostenere nuove forme di sviluppo, nuove potenzialità che la materia artificiale e i materiali naturali possono indicarci, non mai una costrizione ma anzi una intensificazione delle potenzialità espressive.

Una nuova era semplicemente autonoma da condizionamenti delle metodologie esauste degli ultimi due o tre decenni, con una volontà di potenza che nasce dalla gentilezza del gesto e dal rispetto di ogni manifestazione ambientale pregressa.

Questo impegno riguarda i progettisti ma coinvolge le società e gli spiriti più sensibili perché “disegnare il cambiamento” non può essere un’azione solitaria ed elitaria, da sviluppare nei “laboratori del pensiero”, ma necessita di un confronto continuo col mondo e con le sue contraddizioni etiche ed estetiche.

In questo programma si racchiude l’istanza politica, nel senso più alto che cerca di leggere le trasformazioni, attraverso la cultura sperimentale della ricerca libera ed appassionata che, eliminate le rincorse stilistiche, muscolari dell’architettura contemporanea ritrova una concretezza programmatica di reale impatto etico.

E’ la sintesi perfetta tra la pratica del governo della città e l’impronta teorica che la comunità del progetto deve indicare, sovrapponendo concetti, tendenze e necessità anche post-pandemiche, che hanno modificato la nostra percezione del mondo naturale ed artificiale e questa dialettica rappresenta il vero Grande Progetto.

Proprio in questa fase critica è necessario pensare in grande, oltrepassando con slancio le limitazioni che la condizione esistenziale contingente provoca nei singoli e nelle comunità, ma è per questo che il mondo intellettuale che si esprime attraverso i segni (suoni, parole, disegni etc) ha una grande opportunità, quella di tracciare i contorni di questi nuovi scenari e per una volta senza pasticciare tra un  passato remoto e un  futuro improbabile.

È una sfida culturale immensa perché riporta la condizione del pensatore-progettista, alla sua origine simbolica che, deve costruire momenti di riflessione all’interno dei contesti storici e sociologici di riferimento, e pensare al “corredo monumentale” che trasforma ogni società in una civiltà, evitando ogni volontà “monumentalistica”.

È un vero inizio per riflettere sulla condizione professionale dell’Architetto e per capire se è ancora possibile che la cultura possa diventare una forma estetica di politica, se fosse così, la chiusura della Bauhaus non sarebbe stata vana.