di Peter Sloterdijk

In un periodo di archistar firmatari di progetti architettonici sempre più spettacolari, destinati a divenire veri e propri brand, poli di attrazione capaci di cambiare i destini di una città o addirittura di un intero paese, può essere interessante recuperare alcuni passaggi chiave di questa riflessione di Peter Sloterdijk – filosofo e saggista tedesco – sull’evoluzione umana in relazione agli spazi abitativi.

“I nostri progenitori erano ben consapevoli che non ti puoi accampare fuori nella natura. I rifugi di oltre un milione di anni fa dei nostri antenati indicano che si stavano già distanziando dall’ambiente circostante”.

Peter Sloterdijk

Per una ragione di ordine principalmente filosofico,  non è più possibile mantenere la vecchia cosmologia propria dell’Europa antica basata su una sostanziale “equivalenza” tra casa, abitazione e mondo. Il Mondo dev’essere in sé interpretato come qualcosa avente la caratteristica di un’abitazione e che le persone all’interno della cultura Occidentale vanno pensate non solo come mortali ma come “abitatori di una casa”. Il loro rapporto col Mondo nella sua interezza è pari a quello degli abitanti di un edificio affollato che noi chiamiamo “Cosmo”.

Perché abbiamo bisogno di una nuova immagine per designare il modo
in cui l’uomo moderno abita i contenitori, siano essi sociali e architettonici.
La sfera è la rotondità dotata di un interno, dischiusa e condivisa, che gli
uomini abitano nella fase evolutiva che li porta ad essere uomini.
Sloterdijk affida all’abitare il significato di costruire sfere, in piccolo
come in grande (microsfere o macrosfere) “gli uomini sono costruttori di
sfere all’interno delle quali pongono in essere il loro mondo, il luogo del
loro abitare, dove vivono il loro rapporto tra interno ed esterno”.
Le microsfere sono dunque la via, almeno una delle vie possibili, per comprendere l’essere umano in quanto abitatore dell’interno, strutturato da una sua spazialità originaria, che tenterà sempre di ricostruire una volta uscito dall’utero materno.

Peter Sloterdijk

Sin dall’Illuminismo non abbiamo più avuto bisogno di una casa universale per rendere il Mondo un posto in cui vale la pena abitare.

È sufficiente un’unité d’habitation, un numero accatastabile di celle abitabili. Attraverso il motivo della “cella in-abitata” si può sostenere l’imperativo sferologico applicabile a tutte le forme di vita umane senza presupporre una totalità cosmica. E qui emerge la metafora della “schiuma”. L’accostamento di celle che vanno a formare un blocco di appartamenti, per esempio, non genera la classica entità casa-Mondo, bensì una “schiuma architettonica“, un sistema di camere molteplici costituito di mondi personali relativamente stabili. nella modernità è stato possibile conservare molta più complessità che sotto la precedente nozione classica di unità.

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Non dobbiamo dimenticare che la metafisica è il regno delle grandi semplificazioni, quindi capace pure di produrre un effetto consolatorio. La struttura della schiuma è incompatibile con una forma mentis monosferica; l’intero non può più essere rappresentato come un tutto grande e rotondo.

Reichskanzlei a Berlino, progetto

Il pensatore e filosofo tedesco ci racconta un aneddoto per illustrare la dimensione di questo cambiamento: nelle sue memorie, Albert Speer rammenta che il design della nuova mastodontica Reichskanzlei a Berlino prevedeva una svastica a incoronare la cupola, che doveva essere alta più di 290 metri. Poi, in un giorno d’estate del 1939 Hitler disse: “La corona del più grande edificio del mondo dev’essere l’aquila sul globo.”

Reichskanzlei a Berlino, progetto.

Questa affermazione bisognerebbe considerarla come testimonianza della brutale restaurazione del pensiero monocentrico imperiale – come se Hitler per un momento fosse intervenuto a sostegno della decadente metafisica classica. una visione completamente nuova dell’universo come qualcosa che non consiste semplicemente in una bolla di sapone che abbiamo gonfiato a una grandezza tale da andare al di là dei nostri orizzonti, assumendo infinite proporzioni, ma che è piuttosto costituito da milioni di bolle nettamente distinte che si sovrappongono e si intersecano ovunque.”

Le Corbusier stesso ha usato l’immagine della bolla di sapone per spiegare l’essenza stessa di un buon edificio: “la bolla di sapone assume una forma perfetta, se l’aria al suo interno è distribuita equamente e regolarmente. L’esterno è un prodotto dello spazio interno.”

Questa affermazione può essere presa come assioma della sferologia: lo spazio vitale può essere spiegato solo nei termini di una priorità dello spazio interno.

Le persone, in tutte le epoche, si impegnano a creare spazi interni, cercando allo stesso tempo di liberare questa tesi dalla sua apparente atemporalità. Poi, successivamente, pone la domanda: come fa l’uomo capitalista nel XIX secolo a esprimere il suo bisogno di uno spazio interno? 

E la risposta è: utilizza la tecnologia più avanzata per orchestrare il più arcaico dei bisogni, la necessità di immunizzare l’esistenza attraverso la costruzione di isole protettive. In questo senso, il Crystal Palace di Joseph Paxton, costruito a Londra nel 1851, è l’edificio paradigmatico.

Crystal Palace di Joseph Paxton

Esso forma il primo iper-internocapace di offrire una perfetta espressione dell’idea spaziale del capitalismo psichedelico. È il prototipo di tutti i successivi interni dei parchi di divertimento e degli eventi d’architettura. E’ un inno all’esclusione del mondo esterno. Disintegra i mercati all’aperto, per trascinarli al suo interno, in una sfera chiusa. Le forme spaziali antagoniste del salone e del mercato si fondono per formare un ibrido.

Crystal Palace di Joseph Paxton

Il cittadino del XIX secolo mira a espandere il suo soggiorno come un cosmo, imprimendo allo stesso tempo la forma dogmatica della stanza all’intero universo. Questo innesca una tendenza che si perfeziona nel design d’appartamenti del XX secolo, oltre che nel design del centro commerciale ( tra i non luoghi per eccellenza come ci ricorda Marc Augè) e dello stadio – in quanto essi sono i tre paradigmi della fabbricazione moderna: cioè la costruzione di micro – e macro – interni.

Non a caso, gli appartamenti moderni sono affollati di dispositivi tecnici tramite cui la vita si consuma al suo interno. Gli attuali utensili non hanno più le maniglie, perché le maniglie appartengono a una fase ormai obsoleta, lasciando il posto ai dispositivi digitali: siamo giunti nel mondo delle operazioni “touch”, che si attivano al solo tocco delle dita.

Il lavoro di Sloterdijk si concentra sul dinamismo spaziale del nostro essere-nel-mondo. Ci vuole mostrare come ogni forma di spazio prodotta implichi un problema di proiezione. Gli umani sono animali a cui piace muoversi, cambiano stanza, spazio e anche lo stesso elemento in cui vivono. Sono sempre in vita mentre sono in “movimento da A a B e indietro,” per citare Andy Warhol, e sono quello che sono perché portano con sé in ogni nuovo spazio la memoria di uno spazio differente in cui erano in precedenza.

In altre parole, non puoi creare uno spazio assolutamente neutrale, e non puoi creare uno spazio assolutamente nuovo; generi sempre spazi differenziali distinti da un vecchio spazio precedente. 

Quindi se noi ci chiedessimo: quali spazi interni desidererebbero avere gli esseri viventi che portano con sé l’imprinting della nascita? La risposta sarà: opteranno senza dubbio per gli spazi interni che gli permetteranno di proiettare una traccia di quell’arcaico stato di protezione verso tutti gli involucri costruiti successivamente. che si trovano in mezzo tra la biologia e la filosofia.

“Potremmo dividere le persone in abitatori delle caverne e in abitatori degli alberi – per i primi quello che conta e l’amore per il guscio, per gli altri l’amore per la spaziosità”.

Peter Sloterdijk è un filosofo e saggista tedesco, professore di filosofia ed estetica alla Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe, di cui è rettore dal 2001. Insegna anche all’Accademia di Belle Arti di Vienna.

Fonte “Harvard Design Magazine”,  

Philosophy Kitchen — Rivista di filosofia contemporanea