Diébédo Francis Kéré

Kéré Architecture ha di recente completato il Burkina Institute of Technology a Koudougou.

Il BIT University è un magnifico gigante d’argilla (colata insieme ad un’innovativa miscela a base di cemento), inondato di luce e schermato da coperture brise-soleil per mitigare gli eccessi del clima africano. Coniuga spazi all’aria aperta e aule al coperto pensate per infondere benessere a studenti ed insegnanti, per questo sia l’illuminazione che la ventilazione sono disciplinate all’interno della complessa – seppur apparentemente semplice – interazione tra natura e tecnica costruttiva. La struttura è l’estensione architettonica, non meno che didattica-culturale, del Lycée Schorge e del campus esistenti.

Diébédo Francis Kéré
Diébédo Francis Kéré

Collocato in una piana alluvionale, ha richiesto importanti interventi di messa in sicurezza attraverso un sistema di vasche per la raccolta delle acque piovane, che serviranno poi, ad irrigare le piantagioni di mango innescando così un virtuoso sistema di economia circolare. La modularità del sistema di casseforme permette di replicare le singole unità, offrendo la possibilità di aggiungere, in futuro, nuovi moduli secondo una planimetria di crescita “progressiva”. Alla base dell’opera c’è il lavoro congiunto dei progettisti con la manodopera locale, un’unità d’intenti guidata da una metodologia euristica “in situ”. La sperimentazione, che procede per gradi, ha canalizzato le forze di un reciproco perfezionamento e crescita professionale.

La  centralità che Kéré assegna all’istruzione è il cuore di quella luminosa visione architettonica che comprende lo sviluppo sociale, oltre che tecnico ed economico. Un esempio di lungimiranza e generosità intellettuale nei confronti delle future generazioni. Un modello di “scuola di comunità” che, forse, potrebbe essere principio ispiratore di meno roboanti piani di resilienza e resistenza Europei. 

Lo incontrammo in occasione del Laboratorio per la Ricostruzione in Umbria, una serata che lasciava intravedere qua e là timidi segnali di speranza. La sua figura slanciata, vestita in un completo dai toni grigio-terra emanava luce dallo sguardo intenso e accompagnava le movenze delle mani ad una voce melodiosa, che riempiva la vasta sala della Rocca Albornoziana di Spoleto.

Diébédo Francis Kéré

Si parlava dell’arte del costruire e la forza di ricostruire mettendo insieme le migliori energie, fu quasi un’esperienza mistica far parte della platea di prescelti alla quale si rivolgeva. L’energia Diébédo Francis Kéré sembra scaturire dalla remota terra del Burkina Faso, è un architetto per vocazione o per fede. L.I. Kahn afferma che “[…] l’architettura da forma all’incommensurabile […]”4: è cioè la forma assunta dagli spazi per esprimere valori universali e condivisi.

In qualità di erede del capotribù, al giovane Kéré viene riconosciuta la possibilità di accedere ad un istituto di formazione fino al raggiungimento del diploma. Le sue capacità lo portano a vincere una speciale scholarship, che prevede anche un biglietto aereo fino a Berlino. Ed è proprio nella metropoli tedesca più cosmopolita e contradditoria, laboratorio di sperimentazioni artistiche e musicali, che fonda il suo studio Kéré Architecture a cui segue la Fondazione no profit  Schulbausteine Für Gando (nome del suo villaggio di origine).

La nostalgia e il senso di responsabilità e riconoscenza che porta con sé si tradurranno in alcuni importanti progetti realizzati proprio nella sua terra, un concreto gesto di “restituzione” delle conoscenze apprese in Germania al fine di migliorare la qualità di abitare, vivere e studiare al servizio della sua gente. Un sapiente lavoro d’innesto tra materiali locali (basati ad esempio sull’uso dell’argilla), modalità costruttive tradizionali e sviluppo di nuove tecniche e tecnologie d’impronta tedesca. 

Diébédo Francis Kéré

Ne è icastico esempio un’utopia diventata architettura: la scuola di Gando, realizzata posando uno sull’altro blocchi di terra cruda compressa, a cui è stato applicato un doppio tetto sollevato, così che l’aria possa fluire riparando comunque l’edificio dalla pioggia grazie ad una capriata in acciaio. Kéré racconta che rendere partecipi del progetto gli abitanti del villaggio non è stata cosa facile, solo il tempo ha permesso loro di appropriarsene e sentirlo parte della vita comune. Una volta raggiunto questo punto d’equilibrio i sostenitori si sono trasformati in partecipatori attivi. La costruzione è diventata così parte di un processo progettuale condiviso e partecipato da uomini, donne e bambini. Un’opera organica, un sistema vitale integrato nel contesto sociale e in sintonia con lo spirito del luogo, tanto da meritare il Premio Aga Khan for Architecture of Today. La scuola di Gando ha avuto un’evoluzione proprio in direzione di habitat comunitario, di borgo rinascimentale trapiantato in Africa, dove sono cresciuti giardini, alloggi per i maestri, un centro d’incontro per le donne, una biblioteca, la scuola secondaria. L’obiettivo resta quello di un utilizzo saggio, definiamolo pure sostenibile, di materiali “altri,  ridimensionando quelli più costosi e difficilmente reperibili (portatori di dipendenza).

Negli anni la sua fama cresce, e i suoi lavori vengono esposti al Moma di New York, realizza il Volksbühne Satellite Theater di Berlino e molto altro.

Il suo cuore rimane in Africa e questo sottile filo rosso lo porta ad impegnarsi nella realizzazione di alcuni progetti di alto valore sociale per questo continente (in particolare edifici scolastici per l’infanzia e un centro medico ai confini con il Ghana) .

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Sembra che per Kerè la sostenibilità ambientale e umana in architettura coincida con il pensiero che si fa vita, delinea i contorni incerti del suo essere e costruire il mondo. Tutto sembra scaturire dal profondo significato di “educare” come accesso al sapere e alla libertà di scegliere il proprio destino. Un operare guidato dal valore dell’etica, nel pieno rispetto di un complesso ecosistema e di tutte le forme viventi di cui siamo parte.

A ben vedere, se il dialogo di reciprocità si compie all’interno di una “comunità educativa” l’edificio scolastico ha bisogno di arricchirsi di residenze per gli insegnanti, biblioteche e spazi di aggregazione. I suoi progetti sono stati premiati  con numerosi e importanti riconoscimenti come il BSI Swiss Architectural Award , il Marcus Prize  e il Regional Holcim Award for Africa and Middle East. La comunità diventa il luogo interiore e rassicurante di crescita e trasformazione come processo generativo: Perciò l’architettura può produrre anche in questo senso qualcosa di nuovo, di creativo rispetto alle conoscenze, ai modelli, alle procedure precedenti, ma va inserito in un quadro cognitivo, affettivo, relazionale equilibrato.

Diébédo Francis Kéré

Aiutare gli alunni a cambiare, a crescere nell’io e nel noi si può fare tenendo, però, la vela sempre tesa e stabile tra le onde del movimento esperienziale, tra i marosi di tempeste emotive e cognitive inattese e coinvolgenti. Li si spinge a navigare tra paure, incertezze, errori e fallimenti, ma ogni giorno con una forza nuova, spronandoli a non sostare nello stagno rassicurante, ma fermo, del conosciuto. Quello che i ragazzi non devono mai perdere di vista è la luce del faro dei valori che spinge la vela a lottare contro il vento e a respirare il cielo.

L’educazione è l’impronta che lasciano sulla sabbia dell’isola in cui finalmente approdano e che poi scoprono essere un arcipelago. In quanto comunità educante, la scuola genera una diffusa convivialità relazionale, intessuta di linguaggi affettivi ed emotivi, ed è anche in grado di promuovere la condivisione di quei valori che fanno sentire i membri della società come parte di una comunità vera e viva. La scuola affianca al compito dell’insegnare ad apprendere quello dell’insegnare ad essere. La scuola va intesa quindi come una comunità inclusiva. La presenza di bambini e adolescenti con radici culturali diverse è un fenomeno ormai strutturale e non può più essere considerato episodico: deve trasformarsi in un’opportunità per tutti. Non basta riconoscere e conservare le identità preesistenti, nella loro pura e semplice autonomia. Bisogna, invece, sostenere attivamente la loro interazione e la loro integrazione attraverso la conoscenza.

In Burkina Faso le case sono in balia della natura. A volte arriva un acquazzone e spazza via tutto…” racconta Kéré. “Fin da piccolo mi faceva arrabbiare vedere con quanta fatica la gente del villaggio costruiva qualcosa, che poi veniva distrutto in un battito di ali. Per questo ho scelto di studiare architettura, per portare stabilità e armonia là dove mancava”.

Diébédo Francis Kéré

Kéré è stato il primo architetto africano ad essere chiamato a dare il suo contributo per ridisegnare il prestigioso Serpentine pavilion, (il padiglione temporaneo della Serpentine gallery).

La visione dell’architetto ha voluto riportare nel cuore della metropoli londinese il senso di “comunità” che contraddistingue il suo paese d’origine, in una sintesi di armonia con la natura e coerente di applicazione di materiali ispirati al continente africano. Le installazione site-specific d’arte contemporanea ospitate nei mesi estivi al Serpentine pavilion, sono un appuntamento immancabili per i londinesi e non solo.  nei pressi di dove sono ubicate. Keré ha portato nel lussureggiante giardino di Kensington una testimonianza della sua cultura e del suo villaggio natio entrando in contatto con la natura.

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La storia del Serpentine pavilion – come luogo di ritrovo- ha dimostrato fin dall’inizio la sua vocazione di laboratorio sperimentale e d’innovazione teso ad abbattere confini geografici, di genere e di approccio creativo lasciando mano libera alla catena illimitata degli interpretanti che hanno aggiunto, anno dopo anno, un significativo anello simbolico alla catena delle idee. Kéré è stato il diciassettesimo architetto ad accogliere la “sfida”, primo africano così come una giovane Zaha Hadid fu la prima donna architetto (nonché di origini anglo-irachene) a dare forma al padiglione (una delle sue grandi opere simboliche). Un’installazione, che Aristotele definirebbe portatrice di “eutrapelia”, ha portato il senso della luce e della vita connaturato allo stile di Keré Architecture all’interno dei giardini di Kensington.

Una costruzione di cui il legno era principale attore disegnato con un tetto circolare cavo al centro che lasciava insinuarsi l’aria e la luce giocare. In caso di pioggia un oculus convoglia l’acqua nella scenografia di una cascata, perché la risorsa idrica sempre più sarà vitale per il futuro del pianeta (pertanto neanche una goccia può andare sprecata). Il sistema di drenaggio è stato progettato per irrigare il parco.

Ispirato all’albero, considerato luogo d’incontro privilegiato nel paese d’origine di Kéré, il padiglione ha avuto come scopo principale quello di collegare i visitatori, non solo gli uni con gli altri, ma anche con la natura circostante. Come afferma l’architetto, il progetto è concepito come un microcosmo, ovvero una struttura per la comunità che unirà i riferimenti culturali del suo Paese con tecniche di costruzione sperimentali: per ricreare l’effetto dell’albero sotto la cui chioma si svolgono le attività quotidiane. L’esperienza di essere cresciuto in un paese relativamente isolato ha permesso all’architetto di sviluppare una forte consapevolezza delle implicazioni sociali, sostenibili e culturali del design, come dimostrano i suoi progetti di scuole primarie e secondarie realizzate a Gando. “Credo che l’architettura abbia il potere di sorprendere, unire e ispirare tutti, e allo stesso tempo di mediare aspetti importanti come quelli della comunità, dell’ecologia e dell’economia” ha affermato Kéré.

Ma perché fermarsi al “costruito”, ci potremmo domandare, quando l’orizzonte che si para innanzi è sconfinato? Progetti a lungo raggio, come quello di far vita ad un’intera piantagione di alberi di mango per migliorare l’apporto vitaminico di un’alimentazione povera in tutti i sensi (il frutto esotico non serve solo ad abbellire i bicchieri da cocktail). La sintesi in tre parole chiave: Istruzione, cibo per l’anima e cibo per il corpo. Così l’Africa può sperare di tornare agli africani.