Cino Zucchi

Ogni costruire è un abitare. Non è che noi abitiamo perché abbiamo costruito; ma costruiamo e abbiamo costruito perché abitiamo. (…) Poeticamente abita l’uomo.

Martin Heidegger

Cino Zucchi è sicuramente uno dei migliori, forse il migliore, tra gli architetti italiani della “generazione di mezzo”, nati cioè negli anni ’50 del XX secolo e ancora stretti tra i longevi Maestri – di cui hanno fatto in tempo ad essere contemporanei – e l’annaspare di più giovani progettisti alla ricerca di una loro firma stilistica: che però un certo estremismo digitale rende sempre più improbabile distinguere nel diffuso appiattimento dei linguaggi in architettura.

Ad una prima e più veloce osservazione, il corpus di costruzioni che Zucchi ha progettato e realizzato sembrerebbe estremamente unitario, quasi votato a raccontare immediatamente e prima di tutto, l’equilibrata cifra progettuale del loro autore, specialmente negli edifici residenziali. E in effetti la sua architettura e il modo in cui benissimo la sa raccontare (dalle aule del Politecnico di Milano alle pagine di Facebook, al nostro incontro avuto nello spazio Arena per One Magazine di Listone Giordano) sembrano molto segnati dalla ricerca di una riduzione retorica, dalla passione del costruire rispetto a quello dell’immaginare costruzioni che vengano soprattutto bene in fotografia.

Ma ad un secondo e più attento sguardo, specialmente spaziando dall’intenso lavoro sull’edilizia residenziale a quello su altre tipologie – dall’edificio per il culto ai negozi – nascerà l’impressione che Zucchi, quando si presenti l’occasione, non rinunci a lavorare nelle diverse scale, con centinaia di schizzi, disegni e modelli, con la collaborazione a stretto contatto con produttori e costruttori, per definire una forma delle cose meno banale e più poetica, più vicina alla scultura o alla pittura che alla semplice edilizia.

Non stupirà così come lo stesso minuzioso impegno potrà essere messo nel definire la tessitura del rivestimento misto (pietra bianca di Trani, pietra Serena, lamiera di zinco, vetro serigrafato) di una chiesa a Sesto San Giovanni e le facciate di case nella densissima zona di Cascina Merlata, o il gioco di pieni e vuoti nelle bianche residenze sul lago di Laveno; nei dettagli tour-de-force d’alto artigianato dei negozi De Castelli/Almini in via Bagutta (sempre a Milano) come nell’accostamento delle lastre metalliche nel grande portale “Archimbuto” del Padiglione Italia per la XIV Biennale d’Architettura all’Arsenale di Venezia.

Cino Zucchi, Case ex-Junghans (edificio D) alla Giudecca, Venezia, 1995/2003
Cino Zucchi, Case ex-Junghans (edificio D) alla Giudecca, Venezia, 1995/2003

In fondo le premesse di questo amore di Zucchi per un’espressività misurata dell’architettura, nella sua forma e nei materiali reali più che nelle volenterose dichiarazioni di intenti, si trovano già nel suo primo e più acclamato exploit progettuale: le case costruite proprio a Venezia (nell’area dove sorgeva un tempo la fabbrica di orologi Junghans) e in particolare l’edificio D.

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Semplice, grande e solido cubo, che lievita però sull’acqua del canale della Giudecca, questo è immediatamente riconoscibile per le finestrature che si presentano asimmetriche. Posizionate in modo solo apparentemente arbitrario – in realtà corrispondenti alle diverse altezze e livelli delle abitazioni – raccontano anche il lavoro di svuotamento del solido che Zucchi compie su questo insolito edificio: e che non può non ricordare l’approccio “per forza di levare” che il più grande architetto scultore italiano della storia ha suggerito come mantra del suo lavorìo sul marmo alla ricerca della forma ideale. Il mantra di ogni autore che, nel dare vita all’opera d’arte o alla costruzione, preferisca al facile espressionismo il disegno di un raggiunto equilibrio, che è superamento delle enormi complessità e contraddizioni dell’esistenza di cui soffre anche l’anima più disincantata.

“Un mare calmo non ha mai fatto un buon marinaio” è l’aforisma metaforico che Zucchi ama premettere al suo intero lavoro: e dove altro meglio che a Venezia, con la sua meravigliosa storia e pure l’estrema difficoltà per il costruire ex-novo, poteva iniziare a misurarsi – 25 anni fa – un architetto per mettere alla prova e dimostrare il suo talento di marinaio/scultore di edifici?